Altroconsumo, al via il ricorso al TAR per l’Equo Compenso: ecco come firmare l’appello. Ricorso di Altroconsumo per l’aumento dell’equo compenso

Copyright

L’associazione per i diritti dei consumatori ha deciso di ricorrere al Tar per fermare l’attuazione della tassa sull’Equo Compenso. Un balzello definito “ingiusto” e “obsoleto”, “destinato di fatto ad arricchire esclusivamente le tasse della Siae”.

Solo pochi giorni fa vi abbiamo proposto la notizia riguardante l’Equo Compenso, la nuova tassa introdotta dal Governo Italiano su smartphone, tablet, PC e qualsiasi dispositivo dotato di memoria interna, compresi i DVD e i CD. 

Per essere precisi la tassa non è stata introdotta, ma semplicemente aumentata rispetto alle tariffe che erano già in vigore. Gli aumenti sono sicuramente rilevanti e, tanto per cambiare, saranno gli utenti finali a rimetterci e a tirare fuori più soldi, come se le tasse in Italia non fossero già abbastanza alti.

A pochi giorni dalla firma da parte del Ministro Franceschini al decreto di quella che da molti è già stata definita la “tassa sul cellulare“, che porterà a un aumento di fino a 4 euro ai prezzi relativi a smartphone e tablet con una capienza superiore ai 16 GB, l’associazione per i consumatori Altroconsumo ha deciso di ricorrere al TAR per fermare l’attuazione della nuova tassa, definendola “ingiusta” e “destinata ad arricchire esclusivamente le tasche della SIAE”.

Ecco cosa si legge sul sito ufficiale:

Dai precedenti 80 milioni di euro all’anno, previsti dal decreto Bondi, si aggiungono 100 milioni di euro, prelevati dalle tasche dei consumatori grazie al sovrapprezzo nell’acquistare smartphone, tablet, chiavette usb.

Gli aumenti non sono giustificati né dai dati di utilizzo di dispositivi mobili in Italia, scenario in evoluzione stabile, né da un semplice e forzato confronto con quanto accade in Francia e Germania: la misura è anacronistica, già minoritaria in Europa – in Spagna è stata abolita di recente – dove sta scomparendo di pari passo con l’evoluzione dei modelli di business e di condivisione dei contenuti online.

Per Altroconsumo gli aumenti sono illogici e la tassa è iniqua; se ne chiede l’abolizione attraverso la petizione sul proprio sito, che ha già raggiunto i 20.000 sottoscrittori e sulla piattaforma change.org, dove hanno aderito in 60.000.

Chi acquista legalmente musica e film da piattaforme online paga già i diritti d’autore per fruire dei contenuti e fare copie su altri supporti: è ingiusto che si paghi una tassa anche su questi dispositivi, trovandosi così a contribuire due volte.

La misura è minoritaria in Europa; l’Italia si sta spingendo nella direzione sbagliata, in controtendenza: la Spagna ha abolito l’equo compenso, per evitare di penalizzare la propria economia digitale e cercare di guardare al futuro. Un tema che si pensava caro al Governo Renzi, anche in vista del semestre italiano di presidenza europea: da mesi sulla riforma della Direttiva sul Copyright si è aperta una discussione a livello internazionale sulla revisione dell’equo compenso per copia privata, considerato da più parti un meccanismo rozzo ed obsoleto. Al contrario, il decreto è a sfavore della modernizzazione e dell’innovazione del Paese e ha aumentato le tariffe nonostante tutti gli indicatori deponessero a favore di una riduzione.

Il ministero per i Beni culturali aveva commissionato un’indagine ad hoc sulle abitudini dei consumatori per verificare se davvero le copie private di opere musicali e cinematografiche fossero cresciute negli ultimi tre anni tanto da legittimare un aumento verticale dell’equo compenso, come pretendeva la Siae, beneficiaria della tassa. I risultati di tale indagine, per lungo tempo non resi pubblici dal nuovo ministro Franceschini, erano chiare: solo il 13% dei consumatori infatti fa effettivamente copie private e di questi solo un terzo usa smartphone e tablet.

Se aggiornamento dell’equo compenso doveva esserci, avrebbe dovuto essere al ribasso, con una riduzione delle tariffe.

“Il meccanismo dell’equo compenso per copia privata è obsoleto e ingiusto” si legge sul sito dell’associazione – “i consumatori che acquistano musica e film legalmente da piattaforme online, pagano infatti già a monte i diritti d’autore per poterne fruire (e fare copie) su un certo numero di supporti: è dunque profondamente ingiusto che debbano pagare una tassa anche sui supporti, trovandosi così a pagare due volte”.

Come se non bastasse, questa tassazione che si basa su un concetto obsoleto, almeno stando a quanto rivelato da un’indagine ad hoc commissionata dal precedente Ministro Bray, il cui scopo era quello di verificare le abitudini e gli usi dei consumatori italiani e capire se i mancati introiti che hanno caratterizzato gli ultimi anni della SIAE, dipendessero realmente dall’enorme numero di copie private di opere musicali e cinematografiche: dallo studio statistico è emerso che le abitudini degli italiani sono profondamente cambiate, e che solo 13,5 percento di chi acquista di opere protette dal diritto d’autore, realizza abitualmente una copia privata dei contenuti e, in ogni caso, il 69,4 percento lo fa tramite computer.

Pagare un vero e proprio sovrapprezzo che va a finire nelle tasche della Siae per una possibilità che interessa solo a una piccola minoranza degli italiani è senza dubbio un paradosso, che diventa ancora più grande se si considera che dallo studio statistico commissionato dall’ex Ministro Bray è risultato che quella della copia privata, è un’usanza che non interessa assolutamente i dispositivi mobili come smartphone e tablet.

In tutto questo, poi, non possiamo non tenere in considerazione la rapida e radicale espansione di servizi di streaming musicale come Spotify o Deezer, che eliminano il concetto e la necessità stessa della copia privata proprio perché viene a mancare il brano “acquistato”, tramite il quale si potrebbe realizzare una copia.

Inoltre, se è vero che ci sono Paesi in Europa, come Francia e Germania, dove esiste una tassa analoga (e dove l’equo compenso pesa di più che da noi), è vero che esistono Paesi dove non si è mai pagato nulla (come nel Regno Unito), e Paesi che lo hanno da poco eliminato (come la Spagna).

Ad ogni modo, per rendere partecipi tutti i cittadini alla protesta appena nata, Altroconsumo dà la possibilità di lasciare una firma elettronica alla petizione cliccando QUI: ad oggi, le firme raccolte sono già oltre ventimila, e siamo convinti che il numero è destinato a crescere sostanzialmente.

Io ho già firmato. E tu? Magari non serve a niente, ma tentar non nuoce e tanto non costa nulla.

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