Il bluesman era a Magliano, in Toscana, suo buon retiro, con la figlia Cristina, in famiglia. Ha avuto un infarto nella notte, inutile la corsa all’ospedale più vicino. Brutto anno, orrendo, quello che si apre così, era successo con Gaber e con De André, Napoli perplessa e attonita al nunzio sta.

Il cantautore che l’ha saputa cantare e incantare come nessuno mai prima, se n’è andato nella notte tra il 4 e 5 gennaio, tradito dal suo cuore matto: era il suo punto debole, «’O saie comme fa ‘o core», aveva scritto con l’amico Massimo Troisi, con cui divideva la malattia cardiaca, ora il destino.

Era felice Pino nei giorni scorsi, il tour di «Nero a metà» – l’abbiamo salutato, è difficile scrivere «per l’ultima volta», al Palapartenope, il 16 e 17 dicembre scorso, con la superband e i lazzari felici che si erano uniti a lui – gli aveva suggerito progetti, come un festival del mediterraneo, nella sua città, ponte ideale verso mille mondi di «mille culure». Non li vedremo mai quei progetti, non li compirà mai quei sessant’anni che si preparava già a festeggiare il 19 marzo.

Non lo vedremo più, continueremo ad ascoltarlo, nelle prossime ore come una mantra che non avremmo mai voluto incontrare sulla nostra strada, quello dell’assenza che è un assedio. Il profluvio di messaggi nella notte, notte nera, funesta, di cattivi pensieri, dice quanto e come lo portassimo dentro tutti quel ragazzo del centro storico, cresciuto con le zie perché i genitori non ce la facevano a sfamare tante bocche, quell’americano di una Napoli che voleva cambiare, che sognava di essere Elvis Presley, Bob Dylan, Eric Clapton.