In questi giorni ho sentito parlare con più insistenza di Freebooting e cercando in rete ho voluto condividere con voi quello che ho scoperto su questo vecchio termine Inglese rivisto in chiave moderna.

Cos’è il Freebooting?

Il termine Freebooting deriva da un’espressione inglese che si riferisce ad un contesto storico che vedeva la fase di saccheggio, dei capi clan che imponevano la propria protezione contro i contadini scozzesi in “cambio di merce”. Insomma quello che in Italia conosciamo come pizzo, racket o altri termini con l’utilizzo di violenza, minacce e ricatti, ed tecniche non proprio ortodosse per offrire “la loro protezione” previo pagamento.

Dopo la spiegazione ecco che il Freebooting compare ai giorni nostri come la pratica di appropriarsi indebitamente di contenuti digitali, come ad esempio i video su YouTube,  e secondo un test effettuato di recente da Destin Sandlin, ingegnere dell’Alabama, che ha creato un video in slow motion che ritraeva la riproduzione di un tatuaggio, che ha visto ben 20 milioni di visualizzazioni su YouTube ottenendo guadagni spaventosi ma solo dopo 2 giorni il video era stato caricato su altri profili, modificato da quello originale, e dunque ha visto una calo sensibile delle visite del video di Sandlin.

Tanti altri esempi possono essere fatti ma l’appropriarsi indebitamente di contenuti disponibili sul web che non possono essere protetti in nessun modo è una piaga che in molti stanno cercando di portare alla luce perchè al momento non è possibile rendere esclusivi alcuni contenuti e che possono essere “rubati” come se niente fosse perchè la classica netiquette non viene mai rispettata. Il Freeboating non è condividere un link di Youtube, ma caricarlo direttamente sui social network in modo da evitare i secondi di pubblicità iniziali e secondo recenti studi del Post, i video visti su Facebook, sono ben 4 volte superiori a quelli visti su YouTube stesso proprio per il problema principale del Freeboating che non può essere controllato.