Tassa sul cloud in Italia: quanto pagherai davvero nel 2026
Il governo estende il compenso per copia privata al cloud: fino a 30€/anno per utente. Aumentano anche smartphone, PC e hard disk. Ecco tutto
Tassa sul cloud in Italia: quanto costerà archiviare i tuoi file online
Brutte notizie arrivano per gli utenti italiani, che come sempre sono obbligati a pagare sempre più tasse.
Il compenso per copia privata, infatti, sbarca sul cloud. Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha firmato il decreto attuativo che estende per la prima volta questo prelievo anche allo storage online, colpendo servizi come Google Drive, iCloud, OneDrive e Dropbox. Aumentano inoltre le tariffe già applicate a smartphone, PC e hard disk.
Ecco tutto quello che devi sapere.
Cos'è il compenso per copia privata
Chi ha comprato uno smartphone o un hard disk in Italia ha già pagato questo compenso senza saperlo.
Si tratta di una quota inclusa nel prezzo di acquisto di dispositivi e supporti, nata in epoca MP3 per compensare gli autori dalla possibilità di effettuare copie personali di opere protette da copyright. I fondi vengono redistribuiti dalla SIAE ad autori, artisti ed editori.
Con il nuovo decreto, la stessa logica si applica anche alla memoria in cloud — poco importa che oggi quasi nessuno crei più copie private di film o musica, o che la tassa colpisca chi archivia solo foto personali e documenti di lavoro.
Quanto si paga: tariffe e tetto massimo
Il prelievo sarà calcolato su base mensile, per utente e per gigabyte: 0,0003 euro/GB tra 1 e 500 GB, 0,0002 euro/GB per la quota eccedente, con esenzione fino a 1 GB — soglia che esclude pochissimi utenti, visto che i piani gratuiti partono già da 5 GB (Microsoft) o 15 GB (Google).
Il tetto massimo è di 2,40 euro al mese, pari a circa 30 euro l'anno per account. Non è ancora chiaro se il prelievo verrà applicato direttamente agli utenti o se saranno i provider a versarlo, con il rischio che i costi finiscano sugli abbonamenti.
Aumenti anche su smartphone, PC e hard disk
Le tariffe sui dispositivi fisici salgono dal +16,8% fino a un +40% rispetto alle tabelle precedenti.
In cifre: da 3 a 10 euro in più sugli smartphone, fino a 6 euro sui PC, oltre 30 euro per hard disk e SSD sopra i 2 TB.
Importi che sembrano marginali sul singolo device, ma che pesano se sommati su tutti i dispositivi di casa — il tutto in un momento già critico per il mercato, con la crisi dei chip di memoria che sta facendo salire i prezzi a livello globale.
Doppia imposizione e reazioni del settore
La critica più diffusa è il rischio di pagare due volte: prima sul dispositivo fisico, poi sullo spazio cloud usato per gli stessi contenuti.
AIIP e Assintel definiscono la misura un balzello anacronistico, segnalando che il testo finale ricalca le bozze del 2025 senza correttivi.
I punti critici: doppia imposizione, applicazione ai servizi cloud B2B usati da imprese e PA, nuovi obblighi amministrativi onerosi per le PMI e possibili distorsioni concorrenziali a vantaggio delle grandi piattaforme internazionali.
Anitec-Assinform stima un impatto fino al 20% sui costi operativi del settore. Entrambe le associazioni valutano un ricorso e chiedono un tavolo tecnico urgente.
Di segno opposto la SIAE, che accoglie il provvedimento come un aggiornamento necessario nell'era digitale.
L'impatto finale per i consumatori italiani dipenderà da quanta parte dei nuovi costi i provider sceglieranno di trasferire sugli abbonamenti.
Un mio pensiero personale
La SIAE è un'istituzione che da anni solleva interrogativi legittimi sulla sua reale utilità.
Ogni volta che acquisti uno smartphone, un hard disk o paghi un abbonamento cloud, una quota finisce nelle sue casse — con scarsa trasparenza su come questi soldi vengano effettivamente redistribuiti agli autori.
Il paradosso è evidente: in un'epoca dominata dallo streaming, dove le copie private sono praticamente scomparse, la SIAE continua ad applicare una logica di prelievo nata negli anni '90, estendendola persino al cloud. Si tassa lo spazio vuoto, non l'uso reale, colpendo chi archivia foto di famiglia con la stessa logica con cui si colpirebbe un pirata seriale.
Il risultato? Consumatori italiani che pagano di più rispetto al resto d'Europa, imprese gravate da oneri inutili e un mercato digitale sempre meno competitivo. A chi serve davvero tutto questo?
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