Ecco la nuova Webtax: Modificata ed approvata nella notte la nuova tassa sul Web

Dopo una nottata di discussione in Commissione Bilancio, dove si sta arrivando al testo finale della legge di stabilità destinato, a quanto pare, al voto di fiducia e all’approvazione delle due camere entro la data limite del 23 dicembre, la Webtax è diventata realtà, probabilmente definitiva. Scorporato il primo comma, quello che aveva lasciato maggiori perplessità, resta l’impianto sulle partite iva alle multinazionali. Ora i suoi tenaci avversari che faranno?

La tassa che non lo è, che in realtà è qualcosa di più, è stata approvata in una nuova versione. Rispetto alla versione precedente, nel testo è sparito il comma che andava a toccare il commercio elettronico. Era il punto più delicato, quello che aveva preoccupato maggiormente coloro che ritenevano potesse creare un effetto boomerang sulle aziende italiane. Invece, come ha twittato poco fa Francesco Boccia, tutto si concentra su advertising, p.iva e ruling, cioè tracciamento dei pagamenti e capacità di valutare meglio i profitti di questi media center.

Il commento di Boccia al primo passaggio in Commissione – che aveva lasciato intendere ci fosse una maggioranza politica a sostegno del testo – era indirizzato alle numerose critiche che in questi giorni si stanno accumulando in Italia e negli Stati Uniti, il cui spirito non è cambiato a maggior ragione oggi:

Chi guadagna in Italia è giusto che paghi le tasse in Italia, con la nuova web tax tutte le aziende saranno finalmente uguali davanti al fisco. Non si tratta, dunque, di una nuova imposta ma di un atto di equità e giustizia. Non c’è differenza tra le multinazionali americane e le piccole imprese di Busto Arsizio o Matera. Chi non è d’accordo e sostiene il contrario spieghi il perché alle migliaia di ditte che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per una legge sbagliata, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi guadagni che riescono a fare nel nostro Paese. Affermare che la cosiddetta web tax disincentiva gli investimenti è un colossale errore. L’unica cosa certa è che le aziende operano dove capiscono che possono raggiungere i profitti più alti e d’ora in poi dovranno destinare una parte dei loro guadagni al fisco del Paese che le rende sempre più ricche. Esattamente come tutti gli altri operatori italiani. Questi sono fatti. Il resto sono chiacchiere a gettone, nel vero senso della parola.

La questione IVA e le preoccupazioni di Netcomm

Sulla sparizione del primo comma della webtax si gioca una partita importante per la sua ricezione nell’ambiente del commercio elettronico. Resta però da capire, e magari far capire, che questa partita iva non rappresenta – almeno secondo i suoi sostenitori – un matematico peggioramento delle condizioni di mercato interno. In un articolo dello stesso Boccia apparso stamani sul Sole24Ore, il presidente della Commissione Bilancio aveva lasciato presagire l’intenzione di cedere sul commercio elettronico.

Il problema era ed è al centro delle preoccupazioni di Roberto Liscia, presidente di Netcomm, che ieri – poche ore prima della notizia di una revisione del testo, quindi ignaro della cancellazione del primo comma – così commentava la webtax accennando proprio al rischio protezionista e poi parlando della IVA:

La cosiddetta web tax non è accettabile perchè è a tutti gli effetti un’imposizione di tipo protezionistico. Si tratta di una vera e propria toppa, frettolosa e poco efficace, a un problema più ampio e complesso. (…) Dal punto di vista legale, sorgono dubbi sulla compatibilità della webtax con la normativa IVA, la quale, come noto, è “armonizzata” a livello europeo; di conseguenza, l’Italia non dovrebbe assumere iniziative fiscali autonome al di fuori della cornice normativa comunitaria. Di certo, qualora la webtax rappresentasse un’imposta parallela all’IVA, si rischierebbe di violare il divieto d’istituire ulteriori tributi sulla cifra d’affari previsto dalle direttive UE in materia.
Quindi, la mera volontà politica italiana di tassare e costringere le imprese a creare società con partita iva senza alcun costrutto, è un vero assurdo. Daremmo l’avvio a dare forma a veicoli senza alcun valore e contenuto, senza la minima possibilità di creare valore e competenze, ma strumentalmente utilizzati per fini di imposizione fiscale. Se si approvasse la web tax nella Legge di Stabilità, il nostro Paese si contraddistinguerebbe per un’iniziativa totalmente fuori dal tempo e dalla geografica che oggi prevede su questi temi una concertazione europea. La filiera che su questo settore opera e crea lavoro potrebbe trovarsi in seria difficoltà e quindi ogni esternalità positiva generata, come avviene ad esempio nell’e-commerce, potrebbe essere messa a repentaglio. Se stimiamo che in Europa nel 2012 ben 550.000 aziende sono attive nelle vendite online (e occupano 2,5 milioni di addetti!) e tecnicamente ognuna di queste potrebbe vendere nel nostro Paese, è una pura follia immaginare di imporre a tutte l’apertura di una partita iva nel nostro Paese, magari per vendere anche solo un prodotto o servizio.